CGIL PIEMONTE

DIRITTO ALL’APPRENDIMENTO PERMANENTE

 

 

Appello per una legge per il diritto all’apprendimento permanente

 

Più volte l’OCSE, Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, nei suoi rapporti annuali sull’istruzione e anche nel più recente del 2008, Education at Glance, ha osservato che in Italia manca un sistema unitario o coordinato di continuing education, “istruzione continua”. Questa espressione ha in italiano diversi equivalenti: educazione o istruzione degli adulti, educazione o istruzione o formazione permanente o ricorrente. La varietà stessa delle denominazioni circolanti segnala la natura parziale e poco o niente coordinata di iniziative che pure vi sono. Nella loro varietà  le espressioni, a parte proposte di specificazione, si riferiscono a istituzioni e processi di apprendimento di adulti e adulte usciti per età dalle ordinarie istituzioni scolastiche di base, secondarie superiori, di formazione professionale regionale, universitarie. La proposta di legge di inziativa popolare che qui si presenta intende sopperire alla tradizionale mancanza di coordinamento e offrire una base normativa e una cornice nazionale unitarie alle iniziative già esistenti o da realizzare coordinandole in un sistema nazionale di educazione degli adulti.

La necessità di un impegno in tale ambito è avvertita e soddisfatta in molte parti del mondo e si dovrebbe avvertire anche in Italia per ragioni assai generali inerenti alla vita e organizzazione delle società contemporanee. Concorrono a ciò tre principali fattori.  
Anzitutto l’innalzamento della vita media ha dischiuso un lungo periodo di vita dopo l’uscita dalle istituzioni scolastiche e, per quanti vi siano pervenuti, universitarie. Una quantità di persone crescente e auspicabilmente in crescita si trova a dovere utilizzare a quaranta, cinquanta e più anni di distanza quanto ha appreso in età scolastica. Anche le menti più vigili vanno incontro nel tempo  al deperimento  di ciò che si apprese entro le istituzioni scolastiche e formative ordinarie, un deperimento  che si è cercato di valutare e viene stimato mediamente e generalmente  intorno ai cinque anni di regressione delle competenze massime acquisite in età giovane. Chi acquisì una laurea torna per dir così ai livelli di uscita dalle secondarie, chi in queste raggiunse il diploma torna ai livelli di competenze raggiunti nella scuola di base, chi si limitò a questo livello regredisce nelle condizioni di inizio del cammino scolare e, spesso, in condizioni di vera e propria dealfabetizzazione. E, in effetti, recenti indagini osservative internazionali meritoriamente promosse da Statistic Canada hanno portato a constatare che sacche cospicue di dealfabetizzazione o, come si dice, di analfabetismo di ritorno si trovano in  tutti i paesi sviluppati, dal Canada ai paesi del Nordeuropa.
Deperimento, regressione  e dealfabetizzazione incidono tanto più negativante per il contemporaneo insorgere e incalzare di altri due fattori. Lo sviluppo impetuoso dei saperi specialistici in ogni campo ha assunto dalla metà del Novecento un andamento che senza enfasi o sciatteria può correttamente definirsi esponenziale. Per la comune consapevolezza ciò appare con più evidenza in alcuni ambiti scientifici,  biologia, fisica, astrofisica,  nelle scienze mediche e dell’ambiente, nell’ingegneria informatica e delle comunicazioni. Ma il fenomeno è generale.  Lo sviluppo dei saperi non ha lasciato indenni neanche settori che si potevano supporre appartati, dalle tassonomie naturalistiche alle scienze del diritto,alle scienze umane, alle matematiche. Non genericamente le persone colte, ma gli stessi specialisti devono fare i conti, per continuare a svolgere le loro ricerche, con masse imponenti di acquisizioni nei rispettivi settori verificatesi negli ultimi venti, dieci, cinque anni. Ciò non riguarda soltanto gli specialisti di particolari settori. Ciò investe la qualità dell’informazione giornalistica corrente, l’assetto  degli insegnamenti  universitari e mediosuperiori e aspetti non marginali perfino degli insegnamenti e apprendimenti di base. Investe, in definitiva, l’intera circolazione, trasmissione e formazione della cultura intellettuale.

In nesso con gli sviluppi di ordine conoscitivo altrettanto impetuosamente si sono sviluppate tecniche e tecnologie, che pervadono e innovano sia i modi di produzione, sia gli scambi, sia l’organizzazione e i modi della vita sociale, privata, individuale, anche quotidiana e spicciola. La pervasività e lo sviluppo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione sono oggi sotto gli occhi di tutti e hanno conseguenze imponenti sulle economie e  sull’assetto del vivere, creano opportunità appena ieri non immaginabili, ma espongono a nuovi rischi individui e società: i rischi di nuove forme di esclusione, di nuove povertà misurabili non in moneta ma in mancanza o disponibilità di  risorse di capacità conoscitive e tecniche. Affiora la percezione di nuovi diritti e doveri, se si vogliono proteggere le vite private e garantire l’inclusione di tutte le persone  nella vita delle società: inclusione come persone responsabili e  pari, non come inerti, reietti, sudditi.

È dunque ragionevole che organismi internazionali come l’OCSE mettano in primo piano l’esigenza generale della continuing education. Senza questa appare difficile orientarsi nella vita delle culture e delle società contemporanee, sono messe in forse diritti umani primari e  le possibilità di effettiva partecipazione, di inclusione, infine di democrazia sostanziale.

Le ragioni generali che dappertutto sollecitano lo sviluppo dell’educazione continua si sposano in Italia  a ragioni e problemi specifici. Le nostre scuole hanno saputo cancellare le eredità più vistose di un lungo passato secolare di rifiuto della scuola e della cultura intellettuale e scientifica. Finito il fascismo, terminata la guerra, a metà Novecento per il 59,2% la popolazione adulta era priva di ogni titolo scolastico, anche la semplice licenza elementare, e in gran parte si confessava analfabeta ai censimenti del 1951 e 1961. Perfino la lingua nazionale era non bene comune, ma privilegio di una minoranza. Non è più così. Gli analfabeti che si autocertificano tali al censimento e le persone senza alcun titolo scolastico toccano ormai meno del 10% della popolazione. Scolarizzazione delle leve giovani e vita sociale nel quadro democratico hanno diffuso un certo grado di possesso della lingua nazionale a più del 90% degli adulti. E tuttavia, usciti dalle istituzioni formative, cittadine e cittadini della Repubblica hanno trovato e non hanno modificato un ambiente assai povero di centri e agenzie capaci di stimolare arricchimento e crescita culturale: non biblioteche territoriali, non teatri e sale da concerto, declinanti i cinema, povera la consuetudine con i libri, con gli stessi giornali, non superiore al 38% l’abitudine di accedere a internet. Così in Italia assai più che negli altri paesi sviluppati la dealfabetizzazione ha colpito e colpisce duramente. Le indagini osservative internazionali su estesi campioni rappresentativi della popolazione italiana in età di lavoro, tra i 16 e i 65 anni, hanno impietosamente messo a nudo la povertà di competenze alfabetiche e numeriche. Il 5% della popolazione ha difficoltà a decifrare o riprodurre una scritta anche assai semplice. Un terzo della popolazione ne è capace, ma ha difficoltà a procedere oltre sulla via della comprensione e produzione di testi scritti relativi alla vita quotidiana e di anche semplici computi numerici. Ben più della metà della popolazione adulta è a rischio di regredire in condizioni di completo analfabetismo. Aspra e amara per chi ha a cuore la sorte del Paese è la conclusione del più recente rapporto in materia: solo meno del 20% degli adulti avrebbe le capacità alfabetiche e numeriche minime indispensabili per orientarsi nella vita di una società contemporanea. Anche se nessuno le ha smentite ci si può augurare che queste cifre pecchino per qualche eccesso. In ogni caso il quadro italiano, nel confronto con quello di altri paesi, esige una presa di coscienza e decisioni e realizzazioni adeguate: a quelle che altrove sono sacche di regressione, nel caso italiano corrisponde uno strato spesso e profondo che rappresenta  una vera   emergenza nazionale. Un’emergenza tanto più grave quanto più sottaciuta o ignorata.
Analisi  economiche  dicono che ciò pesa negativamente da vent’anni sulle capacità produttive del Paese, complessivamente in difficoltà  dinanzi a produzioni che sempre più incapsulano conoscenze innovative . Uno sguardo, anche un solo sguardo all’ambiente dice quali guasti e vere catastrofi produce la scarsa diffusione di competenze. Questa pesa negativamente su qualità e circolazione dell’informazione.  La stretta correlazione tra qualità culturale dell’ambiente familiare e l’andamento scolastico di bambini e giovani dice quanto negativamente  la condizione regressiva adulta pesa sugli apprendimenti scolastici e sull’efficacia della scuola ordinaria. Si sente sollecitare a tratti uno scatto di moralità della vita collettiva: ma una morale senza conoscenze non sa trovare i punti su cui esercitarsi, rischia sordità e cecità.  Nell’insieme il quadro delle modeste competenze adulte fa intravedere una difficoltà non meno grave per quanto riguarda la capacità di partecipare con piena consapevolezza e responsabilità alle scelte anche morali che il Paese ha dinanzi. L’emergenza della dealfabetizzazione  nazionale prefigura il rischio di un’emergenza democratica.
Porre mano a un sistema di educazione degli adulti è un compito non dilazionabile, un compito che la Repubblica stessa è chiamata ad assolvere per garantire le condizioni di eguaglianza sostanziale di cittadine e cittadini sancite dall’articolo 3, secondo comma, della Costituzione.

I sottoscritti condividono la proposta di legge di iniziativa popolare “Diritto all’apprendimento permanente” (iniziativa annunciata nella “Gazzetta Ufficiale dell’8 maggio 2009) e invitano alla sottoscrizione.

Primi Firmatari: Guglielmo Epifani e Tullio De Mauro