Roma 6 ottobre “Belle Ciao”: intervento di Elena Ferro, segretaria confederale Cgil Piemonte

8 Ott 2018

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Nel giugno 1944 il comando partigiano di Biella ricevette l’ordine di scortare un gruppo di operai lanieri presso la località “Quadretto” del Comune di Selve Marcone, per incontrare una delegazione di industriali del settore. La protezione dei partigiani era necessaria per eludere la repressione. Entrambe le delegazioni avevano deciso di escludere dalla trattativa il sindacato fascista, colpevole di aver ridotto il paese alla guerra e alla fame. Fu siglato così il “Contratto della montagna”. Tra i suoi punti qualificanti, la sostanziale parità salariale tra operaie e operai e la settimana di 40 ore. Merito degli scioperi delle donne, prima utilizzate nelle fabbriche per continuare la produzione in tempo di guerra, poi escluse “per lasciare il posto agli uomini” e “tornare alle faccende domestiche”.

Il lavoro femminile diventa il centro dell’azione sindacale, trent’anni prima della legge 903 del 1977, quella che stabilisce la parità di trattamento tra uomini e donne in materia di lavoro. Una legge, insieme a quelle che sono succedute, ancora disattesa. La nostra piattaforma si pone il problema di agire in pieno la sua applicazione.

Il nostro è un paese particolarmente disattento ai bisogni delle donne, il DDL Pillon è solo la punta dell’icebeg. Non valorizza le identità di genere, anzi tenta di ricondurle a dottrine medioevali,ignora le disparità e non agisce per rimuoverle (il differenziale di orario al 7% parla da sé), trasforma il part time da strumento opzionale a percorso obbligato che condiziona l’autonomia delle donne e le relega a una condizione reddituale inferiore anche a livello pensionistico.

IL CCNL ci tutela dalle discriminazioni, ma non è ancora applicato a tutte e tutti! La disparità salariale esiste perché esistono ancora forti discriminazioni nel mondo del lavoro.

Il mondo è cambiato più rapidamente della nostra capacità di adattamento. Questa è una sfida, non solo culturale, che richiede risposte sindacali e organizzative all’altezza della fase. Serve consapevolezza, anche in casa CGIL.
La divisione tradizionale dei ruoli fa ricadere troppo spesso sulle donne l’onere del lavoro di cura. Non remunerato e cui spesso si aggiunge quello salariato, a completare il carico giornaliero, già pesante. Il lavoro povero, che non compare nelle statistiche della disparità ma che ne rappresenta uno degli aspetti più subdoli che relegano le donne in gabbie salariali da cui è difficile uscire. E quando il lavoro povero incrocia l’immigrazione, la dinamica esplode. Pensiamo alle colf, alle badanti e al sistema degli appalti.

La collocazione apicale in azienda dipende dal genere, lo dimostrano le percentuali minime di donne alla direzione di aziende, nei CDA nella politica. Nemmeno il sindacato ne è escluso. Eppure quando le donne ricoprono quei ruoli la produttività cresce, si determinano nuovi orizzonti per l’organizzazione del lavoro capaci di ridurre l’orario in cambio di qualità, tempo libero, tempo di riposo, Tempo per noi.

Crediamo sia necessaria una nuova stagione di formazione, nei luoghi di lavoro, là dove il conflitto generazionale può nascere e anche nel sindacato. Noi pensiamo che su questi temi ci sia differenza se a trattare ai tavoli si siede una donna!
Ci interroghiamo su come dare piena agibilità e come la conciliazione tra tempi di vita e di lavoro, anche per la militanza sindacale, possa favorire più partecipazione. Che è la base della democrazia. Parlando di formazione si può, si deve agire sul futuro, le giovani generazioni. Noi l’abbiamo fatto, avviando, con la Consigliera d Parità, il progetto ‹Diritti 70.0”. Portiamo il sindacato nelle scuole superiori a parlare di parità, ma ciò che ascoltiamo non è sempre rassicurante. Affermazioni come “La maternità non serve, mantenere il posto di lavoro è un privilegio” oppure candidamente ”il gender pay gap non esiste”, sono campanelli d’allarme che raccontano molto di come siano fragili i diritti che abbiamo conquistato.

Per questo bisogna aggiungere un versante alla nostra piattaforma, quello della rivendicazione sul

piano legislativo e normativo.
La comunicazione da parte delle aziende al di sopra dei 100 dipendenti dei dati sul differenziale salariale di genere non è ovunque esigibile. La ragione sta in tre limiti che chiediamo alla politica di superare: l’assenza di misure che rendano effettivo l’obbligo di comunicazione, assenza di strumenti e risorse per le Consigliere di Parità, necessità di allargare l’obbligo alle piccole e medie imprese, che rappresentano la grande maggioranza del cuore produttivo del paese.
Vogliamo che il diritto alla maternità sia esteso a tutte le lavoratrici e lavoratori indipendentemente dal tipo di contratto e la posizione lavorativa e che i diritti civili e sul lavoro siano tutti esigibili anche per le coppie di fatto e le unioni civili.
Vogliamo vigilare sull’applicazione della legge contro le dimissioni in bianco e monitorare il numero di dimissioni consensuali e quante di queste interessino le donne. Questo, insieme alla battaglia per il ripristino dell’art 18, rappresenta la possibilità di garantire un lavoro buono e sicuro, e una pensione dignitosa a tutte e tutti.
La proposta della CGIL per una Pensione Contributiva di Garanzia affronta il problema della discontinuità contributiva nel nuovo mdl specie per giovani e donne e rappresenta una soluzione che il paese dovrebbe percorrere.
Dobbiamo avviare confronti con gli EELL per definire misure ad integrazione del reddito per chi è in congedo parentale, l’abbiamo fatto in Piemonte vediamo che effetti produce. Ma il punto è la conservazione del posto di lavoro e la possibilità, al pari di altri e a parità di condizioni, di ambire alla stessa progressione di carriera e dunque a una paga oraria legata alle competenze.
Non siamo sole in questa battaglia. Ha fatto eco la denuncia di Martina Navratilova che ha denunciato come la BBC le abbia riconosciuto un compenso di “sole” 15.000 sterline mentre a Jon Mc Henroe, per lo stesso lavoro, ne ha pagate ben 150.000! E vogliamo parlare delle sportive della pallavolo o del calcio, pagate molto meno dei colleghi uomini ma capaci di performance sportive decisamente migliori?

Se per legge la differenza salariale non deve esistere e invece c’è significa che qualcosa è sfuggito. Partiamo dalla contrattazione dell’organizzazione del lavoro: turni di lavoro accessibili possono valere più di un rinnovo contrattuale per una donna o di forme di welfare aziendale, perché sono la discriminante dentro o fuori il mondo del lavoro, specie per le lavoratrici madri o con carichi familiari, personali complessi.

L’ottica di genere non deve essere uno dei tanti temi da inserire nelle piattaforme, ma deve permearle trasversalmente. Il telelavoro, premi di produttività che mettano al centro la qualità e non la quantità, una nuova idea di produttività legata al benessere e alla lotta contro lo stress lavoro correlato che guarda caso riguarda molte donne. La rivoluzione tecnologica deve non essere neutra ma al contrario contribuire a superare queste contraddizioni. Bisogna guardare allo sviluppo professionale delle donne in modo nuovo.

Il cuore della nostra piattaforma. Vogliamo svolgere un ruolo proattivo e passare dalla denuncia ai fatti.

Per farlo occorre sfidare Governo e imprese a rispondere. E se vogliamo essere più forti, dobbiamo farlo aprendo una grande vertenza insieme a CISL e UIL.
Lla Carta dei Diritti e il Piano per il Lavoro sono i nostri strumenti. Non abbiamo bisogno di assistenza o di un’altra “tessera della fame” ma di un lavoro dignitoso, di un grande piano di investimenti per l’occupazione che tenga conto del differenziale di genere come una risorsa e non un vincolo.

La lotta per la parità salariale e sostanziale è cominciata con la Resistenza, un grande sindacato come la CGIL, che ad essa si richiama, ultimo baluardo di democrazia nel nostro paese, non può che dotarsi di una piattaforma costruita insieme ai territori e che deve vivere a partire dai luoghi di lavoro. Donne e uomini insieme per una vertenza nazionale che oggi, come allora, chiami le imprese a rispondere di un tema inscritto nella Costituzione: la parità piena ed esigibile nei luoghi di lavoro e il diritto a un lavoro libero, dignitoso e paritario.

Belle, ciao!